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tratto da "Il mondo in una piazza. Diario di un anno tra 55 etnie", pag. 164-165

Ho una coperta gettata a terra sul balcone, da due mesi, da quando cioè io e Ruben, telecamera alla mano, abbiamo iniziato a filmare ciò che succede sotto casa nostra. L’operazione non è semplice: bisogna imparare ad aspettare, cogliere il momento giusto e, soprattutto, riuscire a inquadrare nell’oscurità notturna lo spicchio esatto di strada da documentare. Dobbiamo giocare d’anticipo sulle mosse dei ragazzi in strada, per essere pronti a riprendere qualcosa di interessante. Purtroppo i primi filmati non offrono gli esiti desiderati.

In primo luogo, il nostro balcone non si affaccia su via Cottolengo ma sulla via limitrofa. Non che la cosa non ci permetta di riprendere, ma in via Cottolengo di notte il pericolo è una costante, mentre nella via sotto il nostro balcone il contesto è variabile. In secondo luogo, stiamo filmando appoggiati alla ringhiera del balcone, con la telecamera seminascosta tra le braccia, senza guardare cosa stiamo riprendendo per non dare nell’occhio. Ne conseguono delle riprese sfocate e, spesso, invece della strada filmiamo un muro o le macchine parcheggiate. I pochi filmati in cui riusciamo a ritrarre uno spaccato della vita notturna di Porta Palazzo non ci soddisfano. Molte registrazioni e pochi fatti, capannelli di nordafricani che chiacchierano, in cerchio, con fare aggressivo ma senza aggressioni, qualcuno che si spinge ma solo per gioco, tutti hanno delle bottiglie di vetro in mano ma stanno bevendo la loro birra. Solo chi abita da queste parti può capire retroscena e implicazioni. Ne ho la conferma quando mostro qualche immagine a mio padre che, per tutta risposta, mi dice: “E allora? Un gruppo di ragazzi che sta chiacchierando”. “Magari!”, vorrei rispondere io. Filmare aggressioni, rapine o lo spaccio notturno non è semplice, presuppone una presenza serale costante sul balcone di casa con la telecamera pronta.

In realtà la questione non è neanche questa: il problema è che ci rendiamo conto quanto sia fondamentale che nessuno ci veda, perché altrimenti passeremmo guai seri. Del condominio di fronte ci fidiamo: gli inquilini sono tutti rumeni, e notoriamente non vanno d’amore e d’accordo con gli immigrati nordafricani. I nostri vicini di casa, anche quelli maghrebini, vivono esattamente gli stessi problemi notturni che viviamo noi, e sono imbestialiti contro i loro connazionali delinquenti. Se ci vedessero probabilmente ci darebbero una pacca sulla spalla e ci inviterebbero a cena. L’unica incognita, e purtroppo non è cosa da poco, è rappresentata dalla strada. Se i nordafricani alzassero la testa e ci scoprissero nell’atto di riprenderli, non passeremmo dei bei cinque minuti. Inizialmente Ruben e io risolviamo i problemi acquistando due passamontagna nel vicino negozio di articoli militari. Non sarà un rimedio che scaccia tutti i mali, se ci vedessero infatti non farebbero fatica a riconoscere il balcone e quindi a farci una eventuale sorpresina casalinga, ma non ci identificherebbero subito. La cosa risulterebbe fondamentale perlomeno per poter uscire in strada il giorno successivo senza che nessuno ce la faccia pagare. Oggi sotto il nostro balcone sono in tanti. Spacciano. Tante automobili transitano, si fermano, gli automobilisti contrattano un prezzo restando seduti in macchina, e dopo l’acquisto ripartono sgommando. Non tutti sono giovani. Nel filmare indugiamo un po’ troppo, qualcuno dalla strada alza gli occhi, noi in un attimo rientriamo in casa ma temiamo di essere stati scoperti. Dopo qualche minuto capiamo che non è così.

Ormai però siamo spaventati, e quella telecamera emette troppa luce per poter stare tranquilli. Decidiamo quindi di stendere una coperta sul balcone, di sdraiarci a terra e infilarci sotto. Il metodo è più sicuro ma ci offre un visus limitato. Inoltre non possiamo stare sdraiati lì fuori tutta la notte in attesa che qualche passante venga derubato. Finalmente, un’idea risolutiva: uno dei due deve scendere di casa e andare sotto il nostro balcone, e lì attendere la sua sorte, mentre l’altro con la telecamera rimane sdraiato sotto la coperta, preparato a riprendere il tutto dall’alto. “Così però è poco reale”, mi dice Ruben. “Non è mica vero – rispondo –. Noi mica paghiamo un attore che venga a derubarci. La scena è vera. Semplicemente uno fa da cavia per dimostrare quello che succede. Possiamo dire: ‘questo è quello che mi capita ogni volta che scendo di casa da solo durante la notte’”. “Ok, Fiorenzo, se la metti in questi termini hai ragione. Scendi tu?”, mi chiede Ruben. “No, veramente pensavo che scendessi tu”. “E no, sei tu che hai avuto questa brillante idea! A te oneri e onori”, mi dice Ruben. “Io ho avuto l’idea e quindi devi scendere tu, facciamo una cosa a testa”. “Com’è già che dicevano? Armatevi e partite, torneremo vincitori!”. “Bravo! Che belle citazioni! Io scenderei senza problemi, Ruben – gli rispondo –, il problema reale è che la telecamera è mia, e la uso molto meglio di te. Quindi i problemi sono questi: 1) mi derubano, quindi ci perdo dei soldi; 2) tu non saresti in grado di fare una ripresa decente, rendendo vano il mio coraggio; 3) dopo essermi fatto derubare, non sopporterei di rientrare in casa e sentirmi dire che non sei riuscito a riprendere con la telecamera… ti prenderesti un sacco di schiaffi! Quindi sei tu che devi scendere di casa, e devi farlo per le tre ragioni che ti ho appena elencato, ma soprattutto per amore della verità!”. “Allora. Punto primo: preparati un portafoglio finto, mettici dentro cinque euro per essere credibile e vai esattamente sotto il balcone. Facciamo due euro e cinquanta a testa così spendiamo la stessa cifra e non rompi le palle sui soldi. Punto due: sono due mesi che uso questa telecamera e sono capace di filmare anche meglio di te. Punto tre: se tu dovessi salire e tirarmi anche solo un buffetto sulla schiena faresti una gran brutta fine”. Ci guardiamo torvi per pochi istanti, e poi scoppiamo a ridere tutti e due. Alla fine nessuno scende di casa. Ci ripromettiamo però che una delle prossime sere faremo una sortita e, passando con l’automobile a velocità ridotta, filmeremo la notte di via Cottolengo.

tratto da "Il mondo in una piazza. Diario di un anno tra 55 etnie", pag. 164-165